Gioca a puzzle 3D rilassanti nel tuo browser. Nessun download — scegli un’immagine e inizia a risolvere.
Caricamento...
HMS Erebus e HMS Terror alla partenza della spedizione Franklin da Greenhithe nel 1845.
Il 12 maggio 1845, da Greenhithe sul Tamigi, salparono HMS *Erebus* e HMS *Terror* sotto il comando di Sir John Franklin. L’obiettivo era uno dei più ambiziosi della navigazione britannica dell’Ottocento: trovare e percorrere un passaggio a nord-ovest attraverso l’Artico canadese, una rotta che, se resa praticabile, avrebbe collegato Atlantico e Pacifico. A bordo delle due navi c’erano 129 tra ufficiali e marinai. La partenza appariva come l’inizio ordinato di una missione preparata con cura dalla Royal Navy. Col tempo sarebbe diventata invece una delle più celebri scomparse della storia delle esplorazioni.
La ricerca del Passaggio a Nord-Ovest non cominciava certo con Franklin. Da decenni la marina britannica e altri navigatori europei cercavano un varco tra gli arcipelaghi artici nordamericani. Quelle acque, però, erano difficili da mappare con precisione e soprattutto erano soggette a condizioni stagionali estreme. Canali apparentemente aperti potevano chiudersi con il ghiaccio, e una spedizione che avanzava troppo tardi o troppo a lungo rischiava di restare intrappolata senza possibilità di rifornimento rapido.
In questo contesto, la spedizione del 1845 rappresentava un grande investimento di uomini, materiali e fiducia istituzionale. Franklin, ufficiale esperto e figura nota al pubblico britannico, era affiancato da comandanti di rilievo come Francis Rawdon Moira Crozier e James Fitzjames. Le due navi, entrambe unità della Royal Navy già impiegate in navigazioni impegnative, furono preparate per una lunga permanenza in ambienti freddi e isolati. Ma anche una preparazione accurata non eliminava il problema fondamentale: due navi di legno dovevano attraversare mari gelati, lontano da porti amici e in regioni ancora solo parzialmente conosciute sulle carte britanniche.
La fase iniziale del viaggio seguì il percorso previsto verso il Nord Atlantico. Dopo le tappe di avvicinamento, la spedizione si diresse verso la Groenlandia e poi verso la Baia di Baffin, porta d’accesso alle vie artiche occidentali. Nel luglio 1845 avvenne l’ultimo avvistamento certo della spedizione da parte di europei: alcune baleniere videro *Erebus* e *Terror* nella Baia di Baffin, in attesa di entrare nel Lancaster Sound. Quel momento, registrato da altre navi presenti in zona, è uno degli ultimi punti fermi della cronologia iniziale. Dopo di allora, il racconto non procede più attraverso un diario continuo, ma attraverso frammenti.
Ed è proprio questa frattura a rendere la spedizione Franklin così studiata. All’inizio sembrava una missione navale formalmente organizzata, con comandanti identificabili, una rotta strategica e obiettivi chiari. Ma una volta entrata nell’Artico, la spedizione scomparve dalla vista del mondo britannico. Senza contatti regolari e senza ritorno, ciò che restò negli anni successivi furono indizi dispersi: documenti ritrovati, testimonianze indirette, relazioni delle spedizioni di ricerca e, molto più tardi, reperti archeologici.
Uno dei documenti più importanti emersi in seguito fu il cosiddetto resoconto di Victory Point, rinvenuto sull’Isola di Re Guglielmo. La sua importanza sta nel fatto che contiene due messaggi datati in momenti diversi. Il primo, datato 28 maggio 1847, riferiva che fino a quel momento andava tutto bene. Già questo elemento mostra quanto a lungo le navi fossero rimaste operative dopo la partenza dall’Inghilterra. Ma il secondo messaggio, aggiunto il 25 aprile 1848, trasformò radicalmente la comprensione della vicenda: annunciava che Sir John Franklin era morto l’11 giugno 1847 e che le navi erano state abbandonate.
Tra queste due date si condensa il crollo della spedizione. Sebbene molte cause specifiche siano state discusse dagli storici e dagli scienziati, il quadro generale è chiaro: l’impresa non riuscì a superare i limiti imposti da distanza, ghiaccio, isolamento e logistica. Una spedizione concepita per risolvere un problema geografico si trovò esposta a una combinazione di fattori che potevano compromettere ogni possibilità di avanzare o di ritirarsi. In un ambiente simile, restare bloccati significava consumare tempo, energie e risorse in condizioni sempre peggiori.
La notizia del mancato ritorno non produsse solo incertezza privata per le famiglie dei dispersi. Generò anche una vasta mobilitazione pubblica e istituzionale. Nel corso del XIX secolo furono inviate numerose spedizioni di ricerca, con lo scopo di trovare superstiti o almeno di chiarire il destino di Franklin e dei suoi uomini. Queste missioni ampliarono notevolmente la conoscenza cartografica dell’Artico, anche se non poterono cambiare l’esito della spedizione originaria. Paradossalmente, una missione fallita contribuì comunque ad aumentare la quantità di informazioni disponibili sulla regione.
La spedizione Franklin continua a essere importante perché mostra con particolare chiarezza i limiti della pianificazione navale ottocentesca. La Royal Navy poteva organizzare un viaggio con navi, ufficiali scelti e grandi scorte, ma nessuna preparazione poteva controllare del tutto il comportamento del ghiaccio artico o garantire linee di rifornimento in un ambiente tanto remoto. Per questo il caso è ancora studiato come esempio di logistica, di navigazione in climi estremi e di rischio operativo.
Conta anche per la quantità di tracce che ha lasciato. La scomparsa di Franklin diede impulso a molte spedizioni di ricerca e produsse una documentazione vasta, fatta di rapporti navali, carte, resoconti e ritrovamenti successivi. In questo senso, la vicenda non appartiene solo al giorno della partenza o al momento della perdita delle navi, ma a un lungo processo di ricostruzione storica.
Infine, la storia ha continuato a evolversi grazie all’incontro tra fonti diverse. Le ricerche moderne sui relitti di *Erebus* e *Terror* hanno collegato documenti d’archivio, testimonianze inuit e archeologia subacquea. Questo ha reso la spedizione Franklin non solo un episodio dell’età delle esplorazioni, ma anche un caso esemplare di come il passato venga ricostruito attraverso prove sparse e discipline differenti.
Tutto questo dà un significato particolare alla scena iniziale del 12 maggio 1845. Quel giorno, sul Tamigi, la spedizione appariva come una partenza ufficiale verso un obiettivo geografico preciso. Oggi è ricordata soprattutto come l’inizio di una lunga indagine storica, costruita a partire da un ultimo avvistamento, da un messaggio lasciato su un’isola artica e da relitti ritrovati molti anni dopo. La distanza tra ciò che i contemporanei pensavano di vedere e ciò che in seguito si è potuto ricostruire spiega perché il viaggio di Franklin continui a occupare un posto così rilevante nella storia dell’Artico.
Il 12 maggio 1845 l’HMS Erebus e l’HMS Terror salparono da Greenhithe, sul fiume Thames, sotto il comando di Sir John Franklin. La spedizione lasciò la Gran Bretagna con 129 ufficiali e uomini a bordo delle due navi.
La spedizione partì con 129 ufficiali e uomini complessivi sulle due navi. Erano distribuiti tra l’HMS Erebus e l’HMS Terror.
Un incontro registrato nel luglio 1845 da navi baleniere in Baffin Bay annotò la presenza dell’Erebus e del Terror mentre attendevano di entrare in Lancaster Sound. Questo è l’ultimo avvistamento europeo citato dagli elementi forniti.
Il primo messaggio, datato 28 maggio 1847, indicava che al momento andava tutto bene. Un secondo messaggio aggiunto il 25 aprile 1848 riferiva che Sir John Franklin era morto l’11 giugno 1847 e che le navi erano state abbandonate.
Non hai solo… ricomposto una partenza navale, ma l'inizio di una vicenda che per anni fu conosciuta soltanto attraverso tracce sparse e testimonianze indirette.
La spedizione Franklin continua a contare non solo per la sua scomparsa, ma per il modo in cui è stata ricostruita. Trasformò una missione pianificata secondo la logica navale del XIX secolo in un problema di prove: avvistamenti, note datate, ricerche successive, testimonianze inuit e archeologia subacquea. Per questo è anche un caso di studio sui limiti della pianificazione marittima in ambienti estremi e su come la conoscenza storica si formi spesso per frammenti.
L'ultimo avvistamento europeo documentato di HMS Erebus e HMS Terror avvenne nel luglio 1845 nella baia di Baffin, da parte di baleniere.